La rinuncia del credito da parte del socio: novità a confronto

L’OIC ha elaborato una nuova edizione del principio contabile n. 28 sulle poste del Patrimonio Netto nel quale, oltre al riordino generale delle tematiche, vengono precisati alcuni dettagli non presenti nella previgente versione. In particolare la rinuncia di un qualunque credito da parte del socio, che si concretizza con un atto formale da parte del socio stesso e volto al rafforzamento patrimoniale della società, deve essere trattato, contabilmente, alla stregua di un apporto di patrimonio.

Pertanto, la rinuncia al diritto di restituzione di qualsiasi credito vantato dal socio nei confronti della società trasforma il debito della società in una posta di patrimonio nettoavente natura di riserva di capitale. L’attuale versione, rispetto alla precedente, sancisce un principio molto importante: non è importante la natura del credito, commerciale o finanziario che sia, piuttosto lo è la motivazione della rinuncia, che deve essere orientata a un rafforzamento patrimoniale della società. Viceversa, nel caso di rinuncia dettata da motivazioni esclusivamente commerciali, questa costituirebbe per la società un minor costo(o sopravvenienza in base al periodo d’imputazione).

Rientrano, naturalmente, anche le rinunce correlate ai versamenti che il socio ha eseguito nei confronti della società a titolo di finanziamento: questi, come noto, sono quei versamenti per i quali la società ha l’obbligo di restituzione trattandosi d’importi che devono trovare collocazione in bilancio tra le passività, a prescindere dal fatto che vengano effettuati da tutti i soci o che abbiano natura fruttifera piuttosto che infruttifera. Contabilmente la società, all’atto di rinuncia da parte del socio, stornerà il relativo debito accendendo per un corrispondente importo una riserva di capitale disponibile per copertura perdite o per futuri aumenti di capitale.

Da un punto di vista fiscale il D.Lgs. n. 147/2015 (c.d. “Decreto internazionalizzazione”) ha messo mano al comma 4 dell’art. 88 del Tuir il quale prevedeva che la rinuncia dei soci ai crediti vantanti nei confronti delle società non rappresentava per queste una sopravvenienza attiva imponibile. Ora, con le modifiche apportate dal suddetto decreto, il comma 4 dell’art. 88 è stato interamente riscritto con l’inserimento, tra le altre cose, di un nuovo comma 4-bis nel quale viene espressamente previsto che, a decorrere dal 1° gennaio 2016, la rinuncia dei soci ai crediti rappresenta per la società una sopravvenienza attiva per la parte che eccede il relativo valore fiscale.  Il socio dovrà comunicare alla partecipata tale valore tramite una dichiarazione sostitutiva di atto notorio affinché la società ne tragga le dovute conseguenze fiscali. In assenza di tale comunicazione il valore fiscale del credito sarà assunto pari a zero con inevitabili aggravi in capo alla società, dovendo, questa, tassare in toto la rinuncia operata dal socio.

Si pensi al caso della società Alfa s.r.l. che acquista dalla società Gamma s.r.l. un credito da questa vantato nei confronti della Beta s.r.l., partecipata al 100% da Alfa. Tale credito, avente un valore nominale di 100.000 euro, viene acquistato a 60.000 euro. In base alla previgente disciplina, in vigore fino al 31 dicembre 2015, Alfa potrebbe rinunciare al credito nei confronti della partecipata Beta, patrimonializzandola per euro 100.000, e non scontare alcuna imposizione fiscale in merito alla rinuncia effettuata. Questa situazione dal 1° gennaio 2016 cambierà radicalmente e bisognerà porre la massima attenzione ai comportamenti che verranno adottati. In caso di rinuncia Alfa dovrà consegnare alla partecipata Beta una dichiarazione sostitutiva di atto notorio nella quale indicare il valore fiscale del credito acquistato e oggetto di rinuncia. In questo modo Beta potrà portare a tassazione la differenza tra il valore nominale e il valore fiscale in capo ad Alfa. Al contrario, in assenza di una tale dichiarazione, Beta dovrà considerare il valore fiscale del credito pari a zero e sarà costretta a tassare la sopravvenienza per l’intero importo di euro 100.000.

From EcNews – 29.10.2015

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TASI,IMU,TARI,IUC: perché la fiscalità locale così non può funzionare.

In questo articolo vorrei condividere con voi alcune riflessioni sulla fiscalità locale. Come saprete da un anno a questa parte è stata istituita l’imposta unica comunale o IUC. Dopo il clamore sull’IMU e l’abolizione della stessa sulla prima casa, pensavamo tutti che con la IUC  il Legislatore avesse voluto mettere un punto fermo, finalmente, sulla fiscalità locale. Il resto è storia nota, visti i fiumi di inchiostro spesi sulla stampa specializzata e non degli ultimi mesi. Ci siamo resi conto ben presto che la IUC, anziché unica, all’interno aveva tre diversi tributi con modalità di calcolo e di incasso completamente diverse.

1) La TARI: è la componete relativa ai rifiuti solidi urbani e di nuovo ha ben poco: è la solita tassa sui rifiuti che, periodicamente, il Comune di riferimento già inviava  ai contribuenti con calcoli legati alla superficie dell’immobile posseduto.

2) L’IMU: nonostante sia stata abolita sulla prima casa, resta ancora in piedi per tutti gli altri immobili e per tutte le prime case considerate di lusso. Inutile stare a spiegarvi il meccanismo: si calcola partendo dalla rendita catastale, alla quale vengono applicati dei moltiplicatori e sulla quale, infine, si applica l’aliquota deliberata dal Comune. A differenza della TARI, la quale viene inviata direttamente dal Comune, l’IMU deve essere calcolata e autoliquidata dal contribuente.

3) La TASI: nasce come “Tassa sui servizi indivisibili” del Comune. In sostanza, con meccanismi di calcolo praticamente identici all’IMU, va a colpire quei servizi, per l’appunto indivisibili, connessi con la pubblica illuminazione, la manutenzione delle strade, la gestione del verde pubblico, ecc…

Credo che non occorra essere dei fiscalisti esperti per comprendere che questo meccanismo sia alquanto macchinoso, incerto e soprattutto deprimente per tutti i contribuenti onesti volti ad adempiere regolarmente le proprie obbligazioni tributarie.

Perché macchinoso?

Diciamo che ho sempre creduto nell’importanza delle parole e, francamente, parlare di imposta unica comunale, quando di unico ha davvero poco, non può che rendere l’intero impianto normativo molto molto macchinoso, sia nella sua comprensione che nella sua applicazione.

Perché incerto?

Ricordate quanto tempo hanno messo i Comuni a pianificare le varie delibere? Ricordate le prime scadenze di pagamento più volte rimandate? Ecco, tutto ciò genera un clima di incertezza, non solo tra i contribuenti ma, soprattutto, tra gli addetti ai lavori. E, badate bene, non mi riferisco soltanto ai vari consulenti, ai CAF, alle associazioni di categoria e chi più ne ha più ne metta, mi riferisco a coloro che devono recepire, divulgare e applicare le norme di riferimento, ovvero proprio i Comuni con i loro dipendenti, assessori, funzionari, sindaci, ecc…

Perché deprimente?

L’incertezza, a sua volta, genera sconforto e deprime la fiducia dei cittadini nello Stato e nelle istituzioni pubbliche in genere. Non mi capaciterò mai di come in questo Paese chi ci governa non riesca a comprendere che l’incertezza normativa allontana il cittadino comune dalle più basilari norme del vivere civile.

Non solo non condivido la IUC e il caos che ha portato con se, ma non ho condiviso l’abolizione –  “spot pubblicitario” dell’IMU sulla prima casa avendo, sin da subito, manifestato delle immani perplessità. Perché? Per il semplice fatto che l’IMU è stata introdotta in anticipo rispetto alla naturale decorrenza per la mancanza di risorse finanziarie e pensare che in 6 mesi si fosse trovata la copertura necessaria per rinunciare alla tassazione della prima casa, rappresentava davvero una chimera. Detto, fatto, è arrivata la TASI! Cosa è cambiato? Praticamente nulla. Vediamolo nel dettaglio.

Vi porterò l’esempio di un contribuente con una casa adibita ad abitazione principale e una seconda casa, entrambe nel Comune di Roma. La prima casa ha una rendita di € 2.422, mentre la seconda è pari ad € 2.076.

Nel 2012 la prima casa, con aliquota del 5 per mille e una detrazione base di € 200, scontava un’imposizione annua di € 1.835. La seconda casa, invece, con aliquota del 10,60 per mille, scontava un’imposizione annua di € 3.697.La fiscalità locale sugli immobili per l’anno 2012 ammontava, complessivamente, ad € 5.532.

Nel 2014 la prima casa è esente dall’IMU, ma si trova a pagare la TASI. Questa, con aliquota del 2,5 per mille, è pari ad € 1.017. La seconda casa, invece, si trova a pagare l’IMU, sempre con aliquota del 10,60 per mille e, quindi, con un’imposizione annua invariata di € 3.697. A questa, tuttavia, occorre aggiungerci la TASI che il Comune di Roma ha pensato bene di mantenere anche sugli immobili diversi dalle prime case, con un’aliquota dello 0,8 per mille. Pertanto, nel nostro caso, abbiamo un’imposta sui servizi indivisibili pari ad € 279 annue. La fiscalità locale sugli immobili per l’anno 2014 ammonta, complessivamente, ad € 4.993.

Da questo banale esempio emerge che in due anni di caos, nuove norme, lungaggini burocratiche, nuovi costi, al nostro contribuente “tipo” l’abolizione dell’IMU sulla prima casa ha comportato un risparmio del 9,7% circa.

E’ vero che in alcuni Comuni la TASI sugli immobili che scontano l’IMU non viene applicata, così come è vero che il 2014 è l’unico anno, ad oggi, in cui IMU e TASI insieme potranno raggiungere la soglia massima dell’11,24 per mille, ma badate bene che al di la del risparmio percentuale, più o meno ampio, il ragionamento non cambia. Si è voluto creare un tributo incomprensibile che ha generato soltanto ulteriori costi per l’intero apparato burocratico, per un risparmio d’imposta che, come abbiamo visto, a conti fatti è davvero minimo. Risparmio d’imposta che poteva essere raggiunto ugualmente mantenendo l’imposizione IMU sulla prima casa, riducendone le aliquote e ampliandone le detrazioni (soprattutto per i redditi di fascia bassa).

La conclusione, alquanto amara,  di tutta questa analisi è che siamo in presenza di una pianificazione normativa a brevissimo termine, mentre in questi casi, soprattutto nel nostro caso, avremmo avuto bisogno di un intervento a lungo raggio, anche se impopolare. Sappiamo bene che l’IMU sulla prima casa andava abolita per il semplice fatto che la classe politica necessitava di consenso elettorale, tutto qui. Per quanto contorto e ingiusto a molti, dal loro punto di vista è a dir poco scontato. Ora restiamo in attesa dei prossimi sviluppi, perché tutto ciò è destinato a cambiare nuovamente…

Post scriptum

Tutte queste sigle mi fanno sorridere, facendomi venire in mento una regola basilare che ti insegnano alle elementari quando ti approcci ai primi problemi di aritmetica: “cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia”. 

E’ proprio vero, nel nostro caso cambiandogli nome, IMU, TASI, ecc..,  il risultato è sempre lo stesso: caos, incertezza e portafogli sempre più vuoti!